
SF skyline from the bay
260m. La Transamerica Pyramid rende questa skyline inconfondibile tra tutte. La sua punta si perde spesso nella nebbia che sale all’improvviso, ma fedele rituale quotidiano, dalla baia circostante. Atteraverso questo stretto braccio di mare sono passati i pionieri della corsa all’oro nel XIX secolo, e da qui prende il nome il vero simbolo di questa città, il Golden Gate Bridge. Molte volte ho cercato di pensare a qualcosa che fosse del suo stesso colore o che, almeno, vi somigliasse un po’. Nulla da fare. Lo scelse l’architetto Irving Morrow perché…perché….perché era bello, semplicemente, e si intonava al resto del paesaggio, in armonia con il blu dell’oceano e il verde delle colline. San Francisco è elegante, è esteta. Da allora, quella tonalità rosso-arancio è solo sua. Si tinge di rosa nei tramonti della bella stagione, quelli si vedono a Novembre stando seduti sulle colline di Marin County. E’ infatti questo il periodo migliore per visitare questa zona, durante quella che i californiani chiamano Indian Summer. Ed è proprio in pieno autunno che decido di tornare a San Francisco.

Alamo Square
Tamburello con i piedi di fronte al nastro che consegna i bagagli del volo KLM proveniente da Amsterdam, per niente ansiosa di non trovare la valigia, impaziente invece di rivedere quella città con la quale sento di avere molti conti in sospeso.
Prendo la linea gialla della BART, che collega in pochissimo tempo SFO International a Downtown. Fuori dal finestrino sfilano le tipiche casette prefabbricate delle periferie americane. Aggiorno il mio diario di viaggio. Mentre tengo ancora lo sguardo fisso sulle pagine, sento che mi si tappano le orecchie: è questo il momento in cui mi rendo conto che tra me e San Francisco c’è ormai solo quel breve tratto di mare sotto il quale nuota ora il mio treno.
Embarcadero o Civic Center? Nessuna delle due, decido -all’ultimo, come faccio sempre- di scendere alla stazione di Powell Street, nel cuore della città. Nel momento in cui l’ingranaggio della scala mobile si mangia l’ultimo gradino, lo spettacolo comincia: grattacieli luminosi, fiumi di persone che si riversano sulle strade, e tanti, tantissimi colori ovunque. San Francisco mi accoglie così come l’avevo lasciata: spumeggiante, originale, di un fascino che ammalia.
L’entusiasmo vince sul jet-lag, e la prima tappa di questo pomeriggio è Alamo Square. Va per la maggiore su tutte le cartoline, ma a vederle con i propri occhi queste casette vittoriane color pastello sono più belle di un quadro. La collina di fronte è punteggiata di tovagliette da pic-nic, bambini che giocano, papà che si slacciano le cravatte e giocano insieme a loro, ragazzi che studiano.
San Francisco è una città che non ha fretta. La percezione del tempo negli Stati Uniti è una questione complessa, a cominciare dai fusi orari: 4 per un solo Paese, non male. Cliché o no, questa è una nazione che corre, corre dietro a qualunque cosa: la velocità -di spostamento, di produzione, di progresso- è il suo marchio di fabbrica. Ma non a San Francisco. Qui non ci si sbraccia strillando dietro ai taxi, non ci si aggrappa ai clacson delle macchine (ti bastano pochi giorni qui e capisci che avere un’automobile equivale ad un mezzo flagello divino); la gente ha tempo di fermarsi e chiederti come stai, come ti chiami, che ci fai negli Stati Uniti.
Già, che ci faccio io negli Stati Uniti?
Ci sono venuta a fare un giro, perché mi mancava San Francisco. Ci sono venuta a sentire un po’ di American English, perché mi mancava anche quello. Prima di partire avevo deciso, a proposito, di iscrivermi a un corso di inglese la mattina. Era un’esperienza che avevo già fatto a San Diego, e l’idea di frequentare di nuovo una scuola di lingua insieme ad studenti internazionali mi piaceva: quale posto migliore per me, amante dell’inglese e perennemente, insaziabilmente curiosa di conoscere culture da tutto il mondo!
Il mattino dopo -eh no, oggi il jet-lag si sente eccome, e il mal di testa conferma!- i cuochi del mio residence mi preparano per colazione un enorme piatto di pancakes allo sciroppo d’acero: delicious! Li ringrazio e ci scambio due parole, contagiata dalla cordialità di questa gente. Ancora non sapevo che, alla fine della vacanza, li avrei salutati con il magone e i lacrimoni.
Esco un po’ in anticipo, voglio andare a piedi. Andando verso Downtown, Sutter Street è tutta in discesa…e per fortuna, perché le salite di SF appena svegli non si affrontano! Quaderni sotto braccio, coffee-to-go in mano e naso all’insù, what else to feel good? Una passeggiata di venti minuti finita la quale mi rendo conto di tre cose: finirò per adorare questa città, è il 15 Novembre e sono in giro in maglietta, e…mi è passato il mal di testa!
D’un tratto mi trovo su Market Street, la spina dorsale di San Francisco. Inciampo sulle rotaie del tram: macchia di caffè regolare sulla maglietta di cui sopra, regolarmente bianca. Già, il tram! E’ la linea F, che da Castro (il quartiere-arcobaleno, come lo chiamano qui) marcia fino all’Embarcadero, la zona del porto e dei moli. L’avrei presa tantissime volte nel corso di quelle tre settimane, tanto da fare amicizia con uno degli autisti. Ci facevamo delle lunghe chiacchierate sulla storia della città, la ripresa dopo il devastante terremoto del 1906, sull’american way of life, sul sistema educativo negli Stati Uniti. Alexis sarebbe stato per me una fonte inesauribile di notizie e -ma questo lo realizzai solo dopo essere tornata a casa- un buon amico.
Proprio su Market si trova la mia scuola, St Giles International. Si tratta di un edificio storico, che ti salta all’occhio incorniciato tra i grattacieli moderni del Financial District. Ma, di nuovo, San Francisco mi insegna qualcosa: qui il contrasto è armonia. E che sia armonia tra palazzi, persone, tra sole e nebbia…questo non fa differenza.
La scuola è luminosa, accogliente, sorridente. Tutti in aula “Sausalito” per il test di livello e l’orientation: il pensiero di tornare studentessa per due settimane letteralmente mi entusiasma! Dopo un breve colloquio orale salgo al secondo piano, dove c’è la cafeteria. Addocchio subito i muffin al mirtillo, la mia passione, e lancio una sfida all’italiana: ordino un cappuccino. Beh, volete la verità? Non è niente male! Mi siedo a un tavolino a scrivere ancora qualche nota sul mio diario, anche se trasferire su carta l’atmosfera di San Francisco si rivela già più difficile del previsto. Non passa che qualche minuto e tre studenti mi chiedono se possono sedersi vicino a me. Si tratta di un ragazzo svizzero, una brasiliana e un koreano. Mi raccontano della loro esperienza qui, e fanno qualche domanda su di me: da dove vengo, cosa faccio in Italia,…e in un attimo ho già un programma per il pomeriggio, un giro insieme al Farmer’s Market! Ci sono posti, come questo, dove San Francisco fa sentire un’eco europea: ci sono tantissimi mercatini all’aperto, dove le mele non sono lucide e gigantesche (leggi: veri e propri cocomeri) come nei supermercati, ma hanno le loro brave macchioline e profumano di autunno. Altre bancarelle vendono miele di tutti i tipi, libri usati, dischi in vinile, foulard ricamati a mano. Un’isola felice in mezzo alla produzione in serie americana.
Nei giorni successivi conosco i miei compagni di corso. Tra loro c’è anche il ragazzo koreano, che mi presenta agli altri studenti della classe. Mi colpisce in particolare una ragazza di origini algerine, cresciuta in Grecia e trasferitasi poi a Parigi. Parla cinque lingue e si interessa di tantissime cose. Ogni giorno avrebbe portato in classe un articolo di giornale da discutere insieme a noi, invogliandoci piano piano a fare lo stesso. Le lezioni sono coinvolgenti, divertenti e basate sullo scambio di opinioni tra noi e l’insegnante, una ragazza giovane ma preparatissima e anche molto simpatica! Nonostante io parli un inglese fluente già da un po’, mi rendo conto di qualche errorino di grammatica e imparo ogni giorno parole nuove: è proprio vero, ci si può sempre migliorare! Capisco subito che questo corso sarà utilissimo per correggere diverse imperfezioni che mi porto dietro dai tempi del liceo e ampliare il livello del vocabolario attraverso letture e film in classe, produzione scritta di brevi testi e lavori di gruppo. Questi, soprattutto, sono un’imperdibile occasione per parlare con gli altri studenti delle nostre rispettive culture, discorsi che poi solitamente proseguono durante le pause di fronte all’ennesimo muffin ai mirtilli o a pranzo una volta finite le lezioni.

Chinatown
A proposito…San Francisco, paradiso dei buongustai! Sfatiamo immediatamente l’equivalenza Stati Uniti=McDonald’s. O meglio sì, è così, ma non solo. Basta saper cercare! Qui è pieno di posticini deliziosi dove si può mangiare davvero di tutto. Ottimi piatti di pesce sul molo con crostacei che sfiorano la prelibatezza (granchi e aragoste soprattutto), eleganti ristoranti francesi, locali italiani a North Beach che sfornano pizze da farci impallidire. Oggi opto per qualcosa di orientale dato che nel tardo pomeriggio la scuola ha organizzato un tour di Chinatown. Un passo al di là della Porta, e ti trovi catapultato in un altro mondo. Sono praticamente l’unica europea, ed è un’esperienza culturale molto forte. Quella di San Francisco è infatti una delle Chinatown più autentiche rimaste nel mondo occidentale. Qui la comunità cinese vive gelosamente ancorata alle sue tradizioni, come un atomo di orientalità incastonato tra i grattacieli che svettano sullo sfondo, che soli mi ricordano di essere negli Stati Uniti.
Where East meets West, dice un graffito sul muro nel Mission District, e lo si sente dire spesso qui. E non potrebbe essere più vero. A SF ti capita di percorrere ponti tutti i giorni, ma non si tratta solo di quell’inimitabile rosso-arancio del Golden Gate, o dell’argento del Bay Bridge per andare da una parte all’altra della baia. Sono ponti invisibili tra mondi diversi, tra culture.
C’è una riproduzione del Pensatore di Rodin all’ingresso del Palace of the Legion of Honor. Ci si arriva dopo una passeggiata tra le colline del Lincoln Park, seguendo –non a caso- le indicazioni per Land’s End. C’è quest’ultimo lembo di terra che si tuffa nell’Oceano e, al di là di esso, lo sguardo che si spinge sempre più verso Ovest finisce per intravedere quello che noi chiamiamo Estremo Oriente. E’ un luogo affascinante, dove torno spesso per percorrere con la mente il più grande dei ponti invisibili.
Vi lascio con una citazione del giornalista ungherese Sàndor Màrai che, di fronte a quella statua, colse come pochi altri l’anima di questa magica città:

Golden Gate Bridge
“Dalla cima a picco sull’Oceano, questa figura bronzea è la personificazione dell’ideale europeo, la soglia su cui l’idea dell’Occidente incontra la prospettiva di un’altra parte del mondo. Queste soglie esistono, e una di esse è qui”.
Ci sarebbero moltissime altre cose che potrei raccontarvi…ma questa sarebbe solo la mia San Francisco.
Elena C.